
/ REPORTAGE MONUMENTALE
LA VERITÀ DEL MOMENTO:
Il reportage fotografico come patto di verità col tempo
Genealogia culturale e morale del reportage moderno. Storia universale del reportage tra fotografia, giornalismo e memoria collettiva, dalla cronaca delle origini alle forme contemporanee della documentazione del reale. Per comprendere il valore storico, professionale ed etico della testimonianza visiva
Il reportage fotografico come patto di verità col tempo
Esistono linguaggi che descrivono il mondo ed esistono linguaggi che lo attraversano. Il reportage fotografico appartiene alla seconda categoria. Non nasce per commentare la realtà, ma per entrarvi. Non nasce per interpretare il tempo da una distanza di sicurezza, ma per abitarlo. La sua materia prima non è l'immagine: è la presenza. Non è la forma: è la testimonianza. Non è l'estetica: è la responsabilità.
Ogni epoca ha prodotto i propri strumenti di conoscenza. La filosofia ha interrogato il senso dell'esistenza. La scienza ha indagato le leggi della natura. La letteratura ha raccontato la complessità dell'esperienza umana. Il reportage fotografico ha compiuto qualcosa di diverso e, per certi aspetti, di unico: ha trasformato la visione in una forma di verità pubblica.
Fin dalla sua origine, esso si presenta come una disciplina della realtà.
La parola reportage deriva dal francese reporter, ovvero "riferire", "riportare", "rendere conto". La sua etimologia contiene già il suo destino. Riportare significa assumersi la responsabilità di un passaggio: qualcosa accade nel mondo e qualcuno lo trasmette agli altri. In questo gesto apparentemente semplice è contenuta una delle funzioni più antiche e più nobili della civiltà: testimoniare.
Il reportage fotografico è la forma moderna della testimonianza.
Non a caso la sua storia coincide con la storia della modernità stessa.
Quando Roger Fenton raggiunge la Crimea nel 1855 per documentare la guerra tra l'Impero Russo e la coalizione anglo-franco-ottomana, la fotografia è ancora una tecnologia giovane. Le sue immagini non mostrano la battaglia nel suo momento culminante; mostrano però qualcosa che fino ad allora era stato impossibile: la presenza materiale della guerra. Per la prima volta la storia smette di essere soltanto raccontata e comincia a essere vista.
Da quel momento il rapporto tra immagine e realtà non sarà più lo stesso.
La vera rivoluzione arriva però nel Novecento, quando la miniaturizzazione delle fotocamere libera il fotografo dalla staticità delle origini. L'Ermanox del 1924 e soprattutto la Leica del 1925 permettono di muoversi, seguire, osservare, immergersi negli eventi. La fotografia esce dagli studi, abbandona il cavalletto, entra nelle strade, nelle fabbriche, nelle guerre, nei parlamenti, nelle case.
Nasce il fotografo moderno.
Nasce l'uomo che non aspetta la realtà: la insegue.
Nasce il reporter.
Negli anni Venti e Trenta le grandi riviste illustrate europee e americane comprendono immediatamente la portata di questa trasformazione. Le immagini non sono più semplici illustrazioni di un testo. Diventano esse stesse racconto. Sequenza. Narrazione. Struttura.
Nasce il photo essay.
Nasce una nuova lingua.
Una lingua senza verbi e senza coniugazioni.
Una lingua fatta di luce, distanza, ritmo, omissione, prossimità.
Una lingua che non spiega.
Mostra.
È qui che il reportage fotografico smette di essere una tecnica e diventa una forma di pensiero.
Henri Cartier-Bresson comprenderà forse meglio di chiunque altro questa natura profonda quando parlerà del "momento decisivo". L'espressione è stata spesso banalizzata come sinonimo di rapidità o intuizione. In realtà essa contiene una teoria del mondo. Il momento decisivo non è l'istante perfetto. È il punto esatto in cui forma e significato coincidono. È l'istante in cui il caos della realtà si organizza per un frammento di secondo e rivela una verità che normalmente rimane invisibile.
Il reportage è la ricerca incessante di quell'istante.
Ma sarebbe un errore pensare che il reportage coincida con la sola fotografia singola.
La sua vera unità narrativa è la sequenza.
Una fotografia può emozionare.
Una serie di fotografie può spiegare.
Una fotografia può colpire.
Un reportage può trasformare la coscienza.
È questa la lezione di Dorothea Lange durante la Grande Depressione. È questa la lezione di Walker Evans, di Gordon Parks, di W. Eugene Smith. È questa la lezione di Robert Capa sulle spiagge della Normandia, di Don McCullin in Vietnam, di James Nachtwey in Bosnia, Ruanda, Afghanistan e Iraq.
È questa la lezione di Sebastião Salgado quando documenta per decenni migrazioni, lavoro, fame, sfruttamento e trasformazioni ambientali.
Tutti questi autori appartengono a epoche, estetiche e sensibilità differenti.
Eppure condividono una medesima convinzione.
La fotografia non serve a dimostrare il talento del fotografo.
Serve a rendere visibile ciò che la società rischia di non vedere.
Questa è la dimensione politica del reportage.
E non esiste politica più profonda di quella che restituisce visibilità agli esseri umani.
Le grandi fotografie che hanno cambiato la storia non lo hanno fatto perché fossero formalmente perfette, lo hanno fatto perché hanno reso impossibile l'indifferenza.
Migrant Mother di Dorothea Lange nel 1936.
Il miliziano colpito a morte di Robert Capa nel 1936.
La liberazione dei campi di concentramento nel 1945.
La bambina vietnamita Kim Phúc che fugge dal napalm nel 1972.
Le immagini della carestia etiope negli anni Ottanta.
I corpi di Srebrenica.
Le torri gemelle dell'11 settembre.
Le fotografie di Abu Ghraib.
L'immagine del piccolo Alan Kurdi sulla costa turca nel 2015.
In tutti questi casi la fotografia non si limita a registrare un evento.
Diventa un evento.
Interviene nella storia.
Modifica il dibattito pubblico.
Ridefinisce la memoria collettiva.
Costringe una società a guardarsi allo specchio.
È qui che emerge la questione fondamentale: Che cos'è davvero il reportage fotografico?
Non una raccolta di immagini.
Non un genere giornalistico.
Non una disciplina artistica.
Il reportage è una pratica della verità.
Naturalmente la verità fotografica non è assoluta.
Ogni fotografia è una scelta.
Ogni inquadratura include ed esclude.
Ogni distanza modifica il significato.
Ogni presenza del fotografo influenza la scena.
Susan Sontag, John Berger, Roland Barthes, Vilém Flusser e molti altri hanno mostrato come ogni immagine sia inevitabilmente interpretazione.
Eppure il reportage possiede una caratteristica che nessun altro linguaggio riesce a raggiungere con la stessa efficacia. La sua interpretazione avviene sempre in presenza del reale, anche quando una fotografia mente, mente utilizzando qualcosa che è realmente esistito davanti all'obiettivo.
È una differenza enorme.
Forse decisiva.
Per questo il reportage sviluppa nel corso della sua storia una rigorosa etica professionale.
Le grandi agenzie, da Magnum Photos a Reuters, da Associated Press a World Press Photo, hanno costruito codici fondati su principi semplici e radicali: accuratezza, trasparenza, contestualizzazione, indipendenza, rispetto della dignità umana.
Il reportage sa di poter diventare propaganda.
Per questo costruisce anticorpi.
Sa di poter diventare spettacolo.
Per questo difende la complessità.
Sa di poter diventare consumo del dolore.
Per questo rivendica la responsabilità.
La sua morale non consiste nel proclamare la verità.
Consiste nel meritarla.
Ecco perché il reportage fotografico rappresenta probabilmente il più potente strumento di conoscenza civile che l'umanità abbia sviluppato nell'età contemporanea.
È immediato come uno sguardo.
È universale come un volto.
È trasversale alle lingue, alle classi sociali, alle culture.
Può attraversare frontiere che spesso la parola non riesce a superare.
Può raggiungere simultaneamente la ragione e l'emozione.
Può produrre informazione e memoria nello stesso istante.
Può trasformare un fatto in coscienza.
Ma la sua grandezza non risiede soltanto nella sua efficacia.
Risiede nella sua postura.
Il reportage è un modo di stare al mondo.
Una disciplina dello sguardo.
Una forma di attenzione.
Un esercizio permanente di responsabilità nei confronti del reale.
Per questo motivo la grammatica del reportage non può essere considerata semplicemente uno strumento operativo all'interno di un percorso artistico.
Deve diventare una scelta esistenziale.
Un orientamento.
Una posizione.
Un'etica della presenza.
Nel tuo lavoro essa rappresenta qualcosa di ancora più profondo.
Rappresenta il patto che hai deciso di stringere con il tempo.
Non con l'attualità.
Non con la cronaca.
Con il tempo.
Con ciò che accade agli esseri umani mentre la storia li attraversa.
Con ciò che scompare.
Con ciò che resiste.
Con ciò che rischia di essere dimenticato.
Il reportage ti impone di essere presente.
Di osservare prima di giudicare.
Di comprendere prima di interpretare.
Di ascoltare prima di parlare.
Ti obbliga a riconoscere che ogni immagine è una responsabilità verso chi la guarda e verso chi vi è rappresentato. In questo senso esso diventa contemporaneamente linguaggio, metodo e morale.
Linguaggio, perché organizza il visibile.
Metodo, perché costruisce conoscenza.
Morale, perché stabilisce una relazione di lealtà con il reale.
Ed è forse proprio qui che risiede la sua forma più alta.
Non nella capacità di mostrare il mondo.
Ma nella capacità di custodirlo.
Perché ogni vero reportage è un atto di resistenza contro l'oblio.
Ogni vero reportage è una dichiarazione di fiducia nella realtà.
Ogni vero reportage è un archivio di presenza lasciato alle generazioni future.
E ogni fotografo che sceglie questa strada accetta un compito antico quanto la civiltà stessa: essere testimone.
Non per possedere il tempo.
Ma per restituirlo.
Non per spiegare il mondo.
Ma per impedirgli di scomparire.
Giuseppe Mazzola
Il dovere della testimonianza
La monografia e la mostra itinerante sono disponibili per istituzioni culturali, gallerie d'arte e progetti didattici internazionali.
