
/ REPORTAGE MONUMENTALE
LA RESPONSABILITÀ DELLO SGUARDO:
Relazioni tra visione, conoscenza, empatia e coscienza storica della rappresentazione della sofferenza
Introduzione critica a Davanti al dolore degli altri e alla riflessione di Susan Sontag sull'immagine Dalle fotografie di guerra alla costruzione della memoria collettiva e della responsabilità civile. Un itinerario tra estetica, etica, cultura visuale e testimonianza del reale
Davanti all'Umano
Leggere Susan Sontag tra immagine, compassione e responsabilità etica
È Susan Sontag ad affrontare e risolvere il rischio di molti discorsi sul reportage fotografico è infatti quello di trasformarlo in un elogio romantico della fotografia. Sontag compie l'operazione opposta: sottopone la fotografia documentaria a un processo critico severissimo e, proprio per questo, finisce per rafforzarne il valore morale.
Una delle sue affermazioni più celebri è che «nessun "noi" dovrebbe essere dato per scontato quando il tema è guardare il dolore degli altri».
È una frase apparentemente semplice, ma devastante nelle sue implicazioni.
Chi è questo "noi" che guarda una fotografia di guerra? Chi è questo "noi" che osserva una madre in fuga, un bambino ferito, un rifugiato, una vittima di una carestia? Possiamo davvero presumere che chi guarda condivida la stessa posizione morale, politica, economica e storica di chi è fotografato?
Secondo Sontag, no.
Il reportage fotografico non produce automaticamente empatia. Non produce automaticamente coscienza. Non produce automaticamente giustizia.
Produce invece una possibilità.
Una possibilità di vedere.
Una possibilità di comprendere.
Una possibilità di assumersi una responsabilità.
Ed è precisamente qui che risiede la sua grandezza.
Nel 2003, quando pubblica Davanti Al Dolore Degli Altri, Susan Sontag interviene in un dibattito che attraversa oltre un secolo e mezzo di fotografia documentaria, da Roger Fenton a James Nachtwey, passando per Mathew Brady, Lewis Hine, Dorothea Lange, Robert Capa, Don McCullin, Philip Jones Griffiths e Sebastião Salgado.
La sua domanda è radicale: cosa accade realmente quando osserviamo la sofferenza attraverso una fotografia?
La risposta non è rassicurante.
«La compassione è un'emozione instabile. Deve essere tradotta in azione, altrimenti appassisce.»
Questa frase dovrebbe essere scolpita all'ingresso di ogni scuola di fotografia.
Perché essa contiene una delle più profonde lezioni etiche mai formulate sul reportage.
Una fotografia non cambia il mondo.
Una fotografia non ferma una guerra.
Una fotografia non sfama un bambino.
Una fotografia non salva una vittima.
Ma una fotografia può rendere impossibile fingere di non sapere.
Può sottrarre un fatto all'oscurità.
Può impedire che una tragedia venga cancellata.
Può costringere una società a confrontarsi con ciò che avrebbe preferito ignorare.
Da qui deriva il ruolo storico del reportage.
Non quello di sostituirsi all'azione.
Ma quello di rendere l'azione moralmente necessaria.
L'intera storia del fotogiornalismo può essere letta come una lunga lotta contro l'invisibilità.
Quando Lewis Hine fotografa il lavoro minorile negli Stati Uniti all'inizio del Novecento, non si limita a registrare una situazione sociale. Costringe una nazione a vedere ciò che aveva normalizzato.
Quando Dorothea Lange realizza Migrant Mother nel 1936, non produce soltanto una delle immagini più celebri della storia della fotografia. Trasforma la povertà della Grande Depressione in un fatto morale nazionale.
Quando W. Eugene Smith pubblica Minamata nel 1972, non documenta semplicemente un disastro industriale. Trasforma il dolore privato di una comunità giapponese in una questione universale.
Quando Nick Ut fotografa Kim Phúc nel 1972, il Vietnam smette di essere per milioni di persone una categoria geopolitica astratta e torna a essere ciò che è sempre stato: un luogo abitato da esseri umani.
La fotografia documentaria opera esattamente in questo spazio.
Lo spazio in cui l'astrazione torna a essere carne.
Lo spazio in cui la statistica torna a essere volto.
Lo spazio in cui il numero torna a essere destino.
Sontag, tuttavia, mette in guardia da un equivoco fondamentale.
Molti ritengono che l'enorme quantità di immagini di sofferenza prodotte dal mondo contemporaneo generi inevitabilmente assuefazione. Lei ribalta parzialmente questa convinzione. Scrive infatti che non è la quantità delle immagini a ottundere la sensibilità, ma la passività dello spettatore; «è la passività che intorpidisce il sentimento».
Questa osservazione è cruciale.
Il problema non è che vediamo troppo.
Il problema è che troppo spesso guardiamo senza assumere conseguenze.
La fotografia non fallisce quando non produce una rivoluzione.
Fallisce quando viene consumata come intrattenimento.
Quando il dolore diventa spettacolo.
Quando la sofferenza diventa merce.
Quando l'immagine smette di essere testimonianza e diventa soltanto contenuto.
È qui che il reportage incontra la propria dimensione etica più alta.
Perché il reportage autentico non cerca spettatori.
Cerca testimoni.
Esige un coinvolgimento.
Richiede una presa di posizione.
Pretende che il guardare diventi una forma di responsabilità.
In un'altra riflessione memorabile, Sontag afferma che ricordare è un atto etico e che la memoria costituisce l'unica relazione che possiamo conservare con i morti.
Questa idea conduce direttamente al cuore filosofico del reportage fotografico.
Se la memoria è un dovere morale, allora il reportage è uno degli strumenti più potenti mai inventati per assolvere quel dovere.
Ogni grande reportage è infatti un archivio contro la cancellazione.
Un dispositivo contro l'oblio.
Una forma di resistenza alla scomparsa.
Le fotografie di August Sander conservano la Germania che precede il nazismo.
Le fotografie della Farm Security Administration conservano l'America della Grande Depressione.
Le immagini di Robert Capa conservano il volto dell'Europa in guerra.
Le fotografie di Josef Koudelka conservano la Primavera di Praga del 1968.
Le immagini di Gilles Peress conservano la Bosnia.
Quelle di James Nachtwey conservano le grandi ferite della globalizzazione contemporanea.
Quelle di Sebastião Salgado conservano il lavoro umano, le migrazioni e le trasformazioni planetarie che definiscono la nostra epoca.
Nessuna di queste fotografie restituisce il passato.
Ma tutte impediscono che il passato venga definitivamente perduto.
È per questa ragione che il reportage fotografico rappresenta probabilmente la forma più avanzata di patto che l'uomo contemporaneo abbia costruito con il tempo.
Non semplicemente con il presente.
Con il tempo.
Con ciò che accade e immediatamente tende a svanire.
Con ciò che esiste e rischia di non lasciare traccia.
Con ciò che, senza una testimonianza, sarebbe condannato a scomparire due volte: una volta nella realtà e una seconda volta nella memoria.
Ed è precisamente qui che il reportage assume per te un significato che supera il giornalismo, supera l'estetica e supera persino la fotografia.
Perché ciò che stai cercando non è soltanto una forma espressiva.
Stai cercando una postura.
Una posizione nel mondo.
Una disciplina dello sguardo.
Una responsabilità verso il reale.
La grammatica del reportage diventa allora la grammatica stessa della tua relazione con il tempo storico.
Non fotografare ciò che conferma le tue idee, ma ciò che le mette alla prova.
Non fotografare ciò che è spettacolare, ma ciò che è significativo.
Non fotografare per dimostrare di essere stato presente, ma per rendere presente ciò che rischia di essere dimenticato.
Questa è la lezione più profonda che attraversa l'intera storia del reportage, da Fenton a Capa, da Lange a Smith, da McCullin a Nachtwey, da Cartier-Bresson a Salgado, e che trova in Susan Sontag una delle sue formulazioni teoriche più alte: le immagini non esistono per sostituire la realtà, ma per impedirci di voltare lo sguardo. Esse non ci assolvono. Non ci rendono innocenti. Non eliminano il dolore del mondo.
Ci chiedono qualcosa di più difficile: di riconoscerlo, di ricordarlo e di assumerci la responsabilità di averlo visto.
Perché, in definitiva, il reportage fotografico non è l'arte di fare immagini.
È l'arte di trasformare la visione in coscienza.
E la coscienza, prima di ogni altra cosa, è memoria che rifiuta di arrendersi all'oblio.
Giuseppe Mazzola
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About Susan Sontag
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Un profilo biografico autorevole e strutturato, ideale per tracciare i momenti salienti della sua carriera accademica ed editoriale.
Enciclopedia delle Donne
Una scheda approfondita che esamina l'impatto culturale di Sontag e l'impegno nelle sue battaglie sociali e politiche.
New York Public Library
Una guida utile per chi desidera approcciarsi ai suoi scritti per la prima volta, con suggerimenti ragionati sui testi chiave.


Il dovere della testimonianza
La monografia e la mostra itinerante sono disponibili per istituzioni culturali, gallerie d'arte e progetti didattici internazionali.
